sabato, gennaio 01st, 2011 | Author:

Cari amici scopofili, nonostante diversi mesi di pausa forzata il vostro guardone preferito è ancora qui. Risucchiato nel maelström della routine di tutti i giorni, stretto nella morsa degli impegni quotidiani, un trasloco sulle spalle e qualche acciacco in più, non ho avuto il tempo e la necessaria concentrazione per scrivere null’altro che qualche frase – a volte anche di senso compiuto – sulla mia pagina Facebook. A proposito: lo sapevate che Peeping Tom ha allungato le sue lubriche manacce su tutta la rete?  Lo trovate su Facebook, ma anche su Tumblr (in una versione minimalista e citazionista), e su Twitter, e su Anobii e – non stupitevi – ha anche un canale tutto suo su YouTube. Allora, come buon proposito per l’anno nuovo, impegnatevi ad aggiornare i vostri bookmarks e i vostri contatti, per seguirmi ovunque nel mare magnum di internet.  Da parte mia ecco i buoni propositi per il 2011:
- organizzare meglio impegni e tempo libero per curare il blog
- riprendere con continuità e costanza le rubriche di Peeping Tom
- portare a termine la Guida al cinema di Edgar Allan Poe
- riprendere i Cinebloggers Trivia Awards, magari spostando i giochi su altre piattaforme
- guardare più film
- leggere, bere e fumare di più
Vi lascio con i migliori auguri di un cinefilo anno nuovo e vi do appuntamento su queste (ed altre) pagine.

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lunedì, maggio 31st, 2010 | Author:
Bentornati all’atteso appuntamento con i trailer di Peeping Tom. Oggi vi proponiamo un thriller d’annata firmato da Giuseppe Bennati, che mescola il giallo alla maniera di Agatha Christie con il Fantasma dell’Opera ed il dramma gotico, inscenando una lunga teoria di efferati e fantasiosi delitti degni del migliore Argento. Un film ingiustamente trascurato, godibile e per nulla scontato. Buona visione.

L’assassino ha riservato nove poltrone - naz.: Italia – regía: Giuseppe Bennati - v.c. n. 64565 del 08.05.74 - m. 2836 – ppp: 21/05/74 - c. pr.: Cinenove

Trama:
Un ricchissimo nobile inglese, Patrick Davenant, la sera del giorno del suo compleanno, invita alcuni amici a visitare il vecchio teatro situato nel palazzo di famiglia e che da cent’anni è chiuso, da quando, cioè, una famiglia vi era rimasta chiusa e vi era interamente perita. I protagonisti della tragica nottata sono: Rebecca la sorella di Patrick, con Doris sua amica intima. Lynn figlia dello stesso con il fidanzato Duncan. Viviana prima moglie di Patrick, con l’attuale marito dr. Dalbert; Kim attricetta fidanzata al padrone di casa, con l’amante Russel. Appena la comitiva entra nel locale, tutte le porte si chiudono; quindi inizia una catena di efferati delitti.

Cast:
Eva Czemerys, Gaetano Russo, Andrea Scotti, Renato Rossini, Cristea Avram, Edoardo Filippone, Janet Agren, Lucrezia Love, Rosanna Schiaffino, Paola Senatore

Produzione: Cinenove (1974) — Soggetto e Sceneggiatura: Biagio Proietti — Fotografia: Giuseppe Aquari — Musica: Carlo Savina — Montaggio: Luciano Anconetani — Durata: 99′ — Distribuzione: indipendenti regionali

Critica: Centro Cattolico Cinematografico – Segnalazioni Cinematografiche
Basato su di una sceneggiatura confusa, il film è un pasticcio pieno di incongruenze (es. palazzo e teatro, tipicamente italiani, in Inghilterra; fatti illogici ai quali si appiccicano spiegazioni tramite teorie medianiche e parapsicologiche che non spiegano nulla, ecc.). I personaggi, anziché seguire una qualsiasi evoluzione in connessione della loro psicologia, vagano alla ricerca di occasioni per esibirsi o per fingere di spaventarsi di fronte a fenomeni che rientrano tutti nei mezzucci ben noti dei prodotti del genere.

(Ricordiamo che è possibile vedere in streaming il trailer in formato divx, oppure scaricarlo sul proprio computer in formato mpeg leggibile da un qualsiasi lettore dvd. Buona visione.)

Download: Trailer – L’assassino ha riservato nove poltrone 
[ l_assassino_ha_riservato_9_poltrone.mpg 62 mb, 3'06" ]


No video? Get the DivX Web Player for Windows or Mac

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giovedì, aprile 29th, 2010 | Author:
Guida al cinema di Edgar Allan Poe - Dodicesima puntata
Bentornati al consueto appuntamento con il cinema di Edgar Allan Poe. In questa puntata si parla degli anni '70, decennio moderatamente ricco di trasposizioni cinematografiche e per la televisione, in particolare di produzione italiana. Buona lettura.

 

 
Nella stretta morsa del ragno (Antonio Margheriti, 1971)
E' il remake di Danza macabra che Margheriti considerava ormai datato ma meritevole di una riattualizzazione . La vicenda narrata è grosso modo identica: il giornalista americano Alan Foster (Anthony Franciosa) incontra un improbabile Poe londinese (Klaus Kinski) e viene coinvolto in una curiosa scommessa a base di fantasmi e morti violente. Il film vince la sfida e si attesta sugli stessi livelli dell'originale, seppur con qualche caduta di ritmo, avvalendosi anche di buoni interpreti. Ottime le musiche di Riz Ortolani. Peccato che la bella Mercier sfiguri nel confronto con Barbara Steele ma, in compenso, un Klaus Kinski spiritato ed ispirato (che apre il film recitando Berenice di Poe) vale tutto il prezzo del biglietto.
 

 
Murders in the Rue Morgue (Gordon Hessler, 1971)
Un attore del Grand Guignol (Herbert Lom), sfigurato accidentalmente con il vetriolo durante una recita, inscena il suo suicidio per riuscire poi a vendicarsi di chi ha organizzato l'incidente. Se il richiamo ai racconti di Poe è davvero molto marginale, sembra invece chiara l'intenzione di rifare Il fantasma dell'Opera in salsa granduignolesca, chiamando come protagonista Lom che aveva già intepretato la parte nel film di Terence Fisher (1962) e facendogli indossare una maschera identica a quella ormai mitica di Claude Rains. Il film non brilla certo per ritmo ed efficacia degli effetti, ma mescola curiosamente horror e ricostruzione pseudostorica (Adolfo Celi interpreta Vidocq) e regala qualche scena interessante dal vago sapore surrealista. Non merita dunque l'oblio, ma merita tutta la nostra riprovazione l'ideatore del titolo italiano, I terrificanti delitti degli assassini della via Morgue: contorto e cacofonico.
 

 
An evening of Edgar Allan Poe (Kenneth Johnson, 1972)
Prodotto per la televisione dalla AIP, è un one-man-show di Vincent Price. Da solo, in un' essenziale ma efficace scenografia teatrale, legge ed interpreta quattro racconti di Poe: The tell-tale heart, Pit and the pendulum, The sphinx e The cask of Amontillado. Un Price incontenibile e mesmerizzante, da guardare ed ascoltare rigorosamente in lingua originale.
 

 
Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave (Sergio Martino, 1972)
Chiaramente ispirato a The black cat, il film di Martino modernizza la vicenda tentando, con qualche risultato apprezzabile, di fondere le suggestioni malate di Poe con gli ingredienti tipici del thriller italico: morbosità ed eros. Un po' goffo e macchinoso nei suoi sviluppi, non lesina buoni momenti ed interessanti soluzioni visuali. Ma l'attrazione principale della pellicola resta un'ubertosa Edwige Fenech al massimo del suo splendore, qui impegnata anche in un duetto saffico con Anita Strindberg. Fa anche capolino una giovanissima Enrica Bonaccorti, acconciata con una vistosa parrucca bionda e il trucco da battona. La scena in cui lo scrittore alcolizzato (Luigi Pistilli) batte a macchina la stessa frase ossessivamente è stata copiata pari pari da Kubrick. Ovviamente si scherza…
 
One minute before death (Rogelio A. González, 1972)
Produzione messicana low budget, prodotta in origine per la televisione, è un'accurata ma mediocre trasposizione del racconto The oval portrait ambientata durante la guerra civile. E' la vicenda di una giovane posseduta dallo spirito vendicativo di una donna la cui anima è rimasta intrappolata nel ritratto dipinto dal suo marito folle. L'ambientazione suggestiva è vanificata dalla totale assenza di ritmo e dall'inconsistenza dei dialoghi.
 
The sabbat of the black cat (Ralph Lawrence Marsden, 1973)
Il film narra le tormentate vicende di un uomo che, casuale testimone di un orrendo rituale stregonesco, da quel momento viene perseguitato da un demoniaco gatto nero. Uno dei rari horror australiani del periodo è prodotto, scritto, montato e diretto da Ralph Lawrence Marsden, che è anche direttore della fotografia ed interprete. Pare che occasionalmente vendesse anche i pop corn durante le proiezioni.
 

 
La mansión de la locura (Juan López Moctezuma, 1973)
Basato sul racconto The system of Doctor Tarr and Professor Fether, è l'opera d'esordio di Juan Lòpez Moctezuma. Cresciuto e formatosi all'ombra di Alejandro Jodorowsky e Fernando Arrabal, ha prodotto film come Fando y Lis ed El topo. E si vede. Moctezuma riesce ad evitare i luoghi comuni e le trappole del genere ed esibisce un approccio visuale peculiare ed affascinante: qua e là ci regala immagini di rara e bizzarra bellezza che ripagano di una generale mancanza di ritmo in particolare sul finale. Noto con i titoli internazionali The mansion of madness e Dr. Tarr's torture dungeon. Da recuperare.
 
La noche de los asesinos (Jesus Franco, 1976)
Il defunto lord Marian, misteriosamente assassinato, ha nominato erede universale la figlia Rita (Lina Romay). Il testamento scatena l'invidia dei parenti che però muoiono uno dopo l'altro. Jesus Franco, che nel film interpreta l'aiutante dell'ispettore di polizia, sceneggia di suo pugno il film ispirandosi ad un romanzo di Wallace. La cosa assurda è che nei titoli di testa il film si dice tratto da Il gatto ed il canarino attribuendolo incredibilmente ad Edgar Allan Poe. Che pasticcio! Come il film, del resto. Le musiche sono prese in prestito da Contronatura di Antonio Margheriti. In Italia è noto con il titolo Sospiri.
 

 
I racconti fantastici di Edgar Allan Poe (Daniele D'Anza, 1979)
Produzione televisiva targata RAI (ah, i bei tempi degli sceneggiati…) scritta e diretta da Biagio Proietti e Daniele D'anza, e sostenuta da un cast di tutto rispetto. L'approccio scelto per avvicinarsi a Poe evita confronti imbarazzanti e sceglie la rivisitazione allusiva, l'intreccio e la sovrapposizione tra opere diverse, la contaminazione con altri testi sia filmici che letterari. Ne viene fuori un'operazione colta, complessa e raffinata. La casa Usher è il catalizzatore, il centro del maelström, attorno al quale ruotano i protagonisti delle vicende narrate e Roderick Usher (Philippe Leroy) il loro tetro Virgilio. Nei quattro episodi vediamo intrecciarsi echi e rimandi a The tell-tale heart e The oval portrait, a The tomb of Ligeia ma anche a Viale del tramonto e all'hitchcockiano Rebecca, insieme a velate suggestioni buñueliane. E nell'episodio conclusivo, in un convulso – in verità un po' troppo verboso – sovrapporsi di pagine di Poe, le atmosfere da horror gotico mutano sorprendentemente virando verso quelle più rarefatte e surreali dell'incubo metafisico.

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sabato, marzo 27th, 2010 | Author:
Il 26 marzo del 2000, esattamente 10 anni fa, moriva Karel Thole: uno dei più grandi illustratori del novecento, divenuto famoso in Italia per le copertine di Urania. Alla più celebre collana italiana di fantascienza ha donato le sue visioni per quasi quarant'anni contribuendo alla sua fortuna, eppure nessuno sembra avere in programma qualche iniziativa editoriale che ne omaggi degnamente la memoria: anche sul blog di Urania non si spende una parola in suo ricordo nel giorno dell'anniversario. Ecco il nostro piccolo omaggio.

Era il 3 luglio 1960, quando nelle edicole usciva il numero 233 di Urania, "L'impossibile ritorno" di J. B. Dexter. Per la prima volta la copertina portava la firma di Karel Thole: il suo nome  avrebbe segnato indelebilmente la storia della più famosa rivista italiana di fantascienza, e l'immaginario dei suoi lettori. Altri ne avrebbe reclutati, come me, catturandone lo sguardo dalla vetrina di un'edicola, con lo straniante fascino delle sue visioni futuribili, dei suoi cupi incubi, dei suoi mondi non-euclidei, interi universi improbabili racchiusi in un misterioso cerchio rosso.
Spesso, i libri di Urania, li si acquistava anche – o soltanto – per quelle splendide illustrazioni.
Non si pensi però che quelle preziose miniature, fossero frutto del lavoro seriale di un semplice artigiano, di un copertinista qualunque. Esse sono state, per trent'anni, un oblò aperto sull'immaginario fantastico di uno dei più grandi illustratori europei dal dopoguerra ad oggi.
Tracce di una sterminata cultura, di un bagaglio visivo ricchissimo, che deriva direttamente dai surrealisti, da Salvador Dalì a Max Ernst, e mescola l'ossessione per il particolare degna di un botanico del settecento, a suggestioni dalla pop-art o Mary Quant, da Bosch a Goya.

In quei cerchi è condensato non solo il suo universo artistico, ma anche la sua idea di fantastico, inteso non come semplice invenzione di un mondo altro, ma come esercizio provocatorio dell'ossimoro, dello schock visivo e culturale, esattamente come fa Kubrick mettendo una navicella spaziale nel surreale salone rococò di 2001.
Ogni cerchio di Thole definisce, pagina per pagina, la sua personale grammatica del perturbante, nell'atto di cogliere un oggetto, una situazione, che sono familiari e ben definiti, ma che sottendono l'ignoto.
Come fossero cose normalissime poggiate casualmente sull'orlo dell'abisso.

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lunedì, marzo 22nd, 2010 | Author:
Daisy Miller, USA, 1974, 91 min
regia di Peter Bogdanovich
con Cybill Shepherd, Barry Brown, Duilio Del Prete

 

Non vi è fotogramma di Daisy Miller nel quale non si avverta, subdolo ed opprimente, l'odore stantio di cose morte, il presagio di una fine ineluttabile.
Che ci si trovi en plein air ai piedi dello Chateau de Chillon, sorta di Isola dei Morti sorgente dalle placide acque di un lago alpino, o nei palazzi signorili di una funerea Roma nel 1876, o nella sepolcrale luce lunare che avvolge un Colosseo ancora odoroso del sangue dei martiri, o in un teatrino di marionette immerso nel verde del Pincio, la morte è lì: silenziosa, paziente. E se la ride, mentre due mondi opposti si incontrano, si scontrano, annichilendosi come fossero materia ed antimateria.
Il giovane Winterbourne, nel cui nome (omen) risiede tutto il triste grigiore di un americano sradicato, mansueto prigioniero delle convenzioni sociali. E Daisy Miller, biondo raggio di sole sfuggito all'America puritana, fiore candido, innocente ed inconsapevole, libera e, per questo, scomoda. Si incontrano e si innamorano. Ma come può il gelido inverno comprendere la gloria della primavera? E come può una fragile margherita resistere alla morsa delle prime gelate?

Nelle schermaglie amorose tra i due, che si consumano in stanze barocche sontuosamente arredate con maniacale cura del dettaglio dal nostro Fernando Scarfiotti, li vediamo sovente nella stessa inquadratura ma mai fisicamente presenti : l'uno, o l'altra, semplicemente riflessi in uno specchio. Sono creature aliene, appartenenti a due mondi diversi, separati solo da un fragile, vitreo diaframma.
Ecco la tragedia che accomuna queste due anime e man mano che essa si consuma, lentamente la luce cede il passo all'oscurità.
Nell'ultimo incontro tra i due, in un Colosseo che sembra costruito sulle rive del fiume Stige, ogni guizzo cromatico è fagocitato dalla spettrale luce della notte: unica macchia di colore, tra le mani di Daisy, una rosa rossa, segno di passione ed insieme presagio di morte.
Non la vedremo più, e quando Winterbourne apprenderà della sua morte, assisteremo alla scena attraverso un velo, un sudario merlettato di nere margherite.
Dissolvenza al bianco. Fine.

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mercoledì, marzo 17th, 2010 | Author:
Guida al cinema di Edgar Allan Poe - Undicesima puntata
Eccoci all'undicesima puntata di questa sintetica guida. Siamo ancora negli anni '60 quando Roger Corman e la AIP da una parte operano il più riuscito omaggio all' opera di Poe, dall'altra riescono in maniera mirabile a sfruttarne l'immaginario fantastico. Ben otto film, che possono a ragione considerarsi un unico corpus cinematografico, con assoluto protagonista il grande Vincent Price e tutti, in misura diversa, meritevoli di essere visti. Buona lettura.

 

 
The fall of the house of Usher (Roger Corman, 1960)
Prima produzione cormaniana ispirata all'opera di Poe (The fall of the house of Usher) – e probabilmente una delle migliori – segna l'inizio della collaborazione del regista con Vincent Price ed il grande scrittore Richard Matheson e stabilisce la grammatica comune a tutti i film del ciclo: le luci ed i filtri colorati del veterano Floyd Crosby illuminano con cromatismi fantastici le sequenze oniriche, i set creati da Daniel Haller – contorti e labirintici – si configurano come concreta materializzazione della psicologia malata e distorta dei protagonisti. Pur rinnovando il gothic horror arricchendolo di risvolti psicoanalitici, Corman non si sottrae alle ferree regole del genere: "La classica sequenza di un film dell'orrore è l'equivalente di un atto sessuale: l'evento scioccante che, alla fine, allenta la tensione, è come un orgasmo". Le sequenze dell'incendio verranno riciclate in tutti i film del ciclo. Distribuito in italia con il titolo I vivi e i morti.
 

 
Pit and the pendulum (Roger Corman, 1961)
“Poe scrive il primo rullo o l’ultimo, Corman fa tutto il resto”: è lo stesso James H. Nicholson – presidente della AIP – a svelare lo spirito con cui il regista mette in scena l’universo visionario dello scrittore di Boston, con libertà creativa ma funzionale alle esigenze commerciali. Era difficile, se non impossibile, sviluppare una trama dall'esilissimo spunto del racconto originale e Matheson, infatti, da esso prende solo il terrificante strumento di tortura, inventando completamente il macchinoso intrigo di tradimenti, avidità, ossessioni. Il film, pur con qualche farraginosità dell'intreccio, conserva un notevole impatto visivo grazie a scenografie e fotografia, e rimane anche tecnicamente uno dei migliori horror di Corman.
 

 
The premature burial (Roger Corman, 1962)
Vagamente ispirato al racconto originale e sceneggiato con molta libertà da Richard Matheson e Ray Russell, pur esibendo un notevole fascino visuale, e nelle scenografie e nella fotografia, risulta più statico e meno ironico degli altri titoli del ciclo. L'interpretazione di Ray Milland è efficace e ricca di sfumature, ma non riesce ad eguagliare Vincent Price nella resa delle pulsioni maniacali del protagonista. Dice Roger Corman: “Per Sepolto Vivo, avrei voluto ingaggiare nuovamente Vincent, ma la AIP che ne era al corrente, lo bloccò con un contratto di esclusiva. Decisi quindi per Ray Milland, il miglior attore sul mercato per quella parte: un gallese sofisticato e bonario , con ancora traccia di accento colto, da europeo. Il film ricavò più di un milione di dollari in noleggi, ma andò meno bene dei primi due”. Distribuito in Italia con il titolo Sepolto vivo.
 

 
Tales of terror (Roger Corman, 1962)
Richard Matheson anche questa volta sceneggia tre episodi ispirati ai racconti di Poe: Morella, The black cat ispirato al racconto omonimo curiosamente intrecciato a The cask of Amontillado, Valdemar più fedele all'opera originale. Il film risulta un equilibrato e riuscito tentativo di miscelare il gotico al registro grottesco, guadagnandosi il merito di essere uno delle poche pellicole a restituire la vena ironica e burlesca di Poe. Memorabile il duetto Price-Lorre nel quale i due grandi attori danno sfogo a tutto il loro geniale istrionismo. Anche qui, l'apporto del geniale Floyd Crosby ha il suo peso nella resa visuale della pellicola.
 

 
The raven (Roger Corman, 1963)
Il film prende a pretesto The raven di Poe, per imbastire una curiosa commedia horror girata in soli sedici giorni, riutilizzando i set delle precedenti produzioni. Dall'apparente intento parodico “non è tanto una critica feroce all'horror film dilagante né una satira dell'Hammer Film, ma un gioco divertito in cui l'umorismo nero si sposa al pragmatismo di fondo dell'educazione americana di Corman” (G. Turroni). Memorabile il terzetto di interpreti: Price più che mai ironico, Karloff – perfetto villain – abituato a recitare a memoria, non sopportava Lorre che improvvisava liberamente. Distribuito in Italia con il titolo I maghi del terrore.
 

 
The haunted palace (Roger Corman, 1963)
Nonostante il nome di Poe faccia bella mostra su poster e titoli di testa, l'opera dello scrittore è assente in questo film se non per una citazione della poesia The haunted palace. La sceneggiatura in realtà si rifà al romanzo di Lovecraft The case of Charles Dexter Ward, ed è opera del grande e sottovalutato Charles Beaumont ed, in parte, di un Francis Ford Coppola non accreditato. Il film purtroppo non decolla, ma resta comunque meritevole di visione, per l'ottima interpretazione di Price (qui nel doppio ruolo di eroe positivo e di villain), per la sontuosa fotografia del solito Crosby e per l'atmosfera angosciante e carica di indicibili minacce che omaggia efficacemente lo scrittore di Providence. Uscito in Italia con il titolo La città dei mostri.
 

 
The masque of the red death (Roger Corman, 1964)
Ispirato all'omonimo racconto, innesta nell'intreccio elementi tratti da Hop-frog. Vincent Price, è perfetto nei panni del tirannico principe Prospero, crudele e depravato adoratore del demonio. Il film si colloca ai vertici della produzione cormaniana per la sceneggiatura di Charles Beaumont che non risparmia citazioni colte (Il settimo sigillo) e la splendida fotografia di Nicolas Roeg che dà il meglio nella memorabile sequenza delle stanze colorate: una mesmerizzante succesione di colori, una scala cromatica discendente verso l'abisso, nero come la pece, del male.
 

 
The tomb of Ligeia (Roger Corman, 1964)
Ottavo ed ultimo adattamento delle opere di Poe, affidato all'ottimo sceneggiatore Robert Towne, è un thriller gotico-psicologico di grande effetto, che sa mescolare l'incubo con lo humour nero. Vincent Price come al solito giganteggia, ma sorprende piacevolmente anche l'interpretazione di Elizabeth Shepherd alla quale è genialmente affidato un doppio ruolo dal sapore tutto hitchcockiano. Girato con mezzi inconsueti per Corman, è un vero gioiello che corona e conclude degnamente tutto il ciclo su Poe.

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lunedì, febbraio 01st, 2010 | Author:
Guida al cinema di Edgar Allan Poe - Decima puntata
In questa seconda puntata dedicata agli anni '60 prendiamo in esame i titoli che hanno concluso il decennio. La palma del migliore va a "Tre passi nel delirio" ma solo per merito di un Fellini umbratile e cupo con il suo prezioso "Toby Dammit". La palma dello scult va, a pari merito, a due produzioni messicane che brillano per bizzarria ed estro demenziale, targate Juan Ibañez/Jack Hill. Buona lettura.

 

 
Tre passi nel delirio (R.Vadim – L.Malle – F.Fellini, 1967)
Film ad episodi ispirati ad altrettanti racconti di Poe. In Metzengerstein, una contessa vive nel rimorso per aver ucciso l'amato cugino e cerca la morte. In William Wilson, un ufficiale gretto e violento, viene perseguitato e tormentato dal suo doppio. Il terzo episodio, Toby Dammit,  è ispirato al racconto Never bet the devil your head.
Mentre i primi due episodi rivelano la stanchezza tipica dei lavori su commissione (T. Kezich), il terzo pur essendo il meno debitore dell'opera di Poe è un vero gioiello che rivela il lato più umbratile e cupo di Fellini. In una Roma spettrale e marcescente, abitata da fantasmi e maschere grottesche, il grande Terence Stamp dà vita alla figura di un artista maledetto inevitabilmente lanciato in una folle corsa verso l'autodistruzione. L'episodio, da solo, vale tutto il film.
 

 
Die Schlangengrube und das Pendel (Harald Reinl, 1967)
Il conte Regula, condannato a morte per l'omicidio rituale di ben dodici vergini, è resuscitato dal fido servitore Anatole il quale gli ha preparato il tredicesimo pasto a base di plasma virginale che gli garantirà la vita eterna. Produzione tedesca che tenta di inserirsi nell'alveo delle trascrizioni cormaniane, millanta una parentela con Poe solo per via di un pozzo infestato da serpenti e dell'immancabile camera di torture con tanto di pendulum, per poi sfociare nel filone vampirico. La pellicola ha, tuttavia, il suo interesse e per l'interpretazione sempre efficace e nobile di Christopher Lee, e per la suggestività delle immagini e l'uso espressionistico del colore. Insomma: godibili brividi vintage senza troppe pretese. Conosciuto con una pletora di titoli, in Italia è noto come La tredicesima vergine.
 

 
House of evil (Juan Ibañez – Jack Hill, 1968)
La famiglia Morteval è irrimediabilmente segnata da una tara genetica, un male oscuro che causa un progressivo restringimento del cervello (!) e conseguente follia omicida. L'ultimo esponente dell'infausta genìa, il quale si diletta nella costruzione di automi-giocattolo assassini, sentendo prossima la fine invita gli eredi nel suo castello ed improvvisamente muore. I convitati però, ansiosi di mettere le mani sulle ricchezze del defunto, moriranno uno ad uno uccisi in modi violenti e fantasiosi dagli automi omicidi. Sorvolando sull'inesistente collegamento all'opera di Poe (forse il riferimento alle tare genetiche degli Usher?) il film è un bizzarro guazzabuglio frutto di un folle progetto produttivo: girare quattro film contemporaneamente, utilizzando gli stessi set tra Messico e Hollywood e la star Boris Karloff ormai sul viale del tramonto. E solo per questo merita, almeno, una visione. Uscito in Italia con il titolo Danza macabra.
 

 
Fear chamber (Juan Ibañez – Jack Hill, 1968)
Il dottor Mandel, studiando strane radiazioni provenienti dal sottosuolo, scopre una roccia vivente che si nutre degli ormoni umani prodotti dalla paura (!). Per tenerla in vita e studiarla, allestisce una "camera del terrore" attrezzata con i più terrificanti strumenti di tortura. E' uno dei quattro film della "quadrilogia messicana" che concluse, ingloriosamente, la carriera del grande Boris Karloff. Anche qui, la presenza del solito armamentario da inquisitore, fa da pretesto per millantare apparentamenti con i racconti di Poe. Il film è folle e sconclusionato, pieno di elementi exploitation che lo rendono comunque divertente: dall'assistente lesbica e infoiata, alle gratuite sequenze di nudo. Le acrobazie produttive e le ristrettezze economiche sono clamorosamente visibili: le sequenze girate da Ibañez, cariche di quel barocchismo gotico colorato e un po' kitsch tipico del cinema popolare messicano, stridono abbondantemente con quelle più sobrie ed improntate ad un' estetica da fantascienza vintage girate a Hollywood da Hill. E' noto in Italia con il titolo Settore tortura ed insieme a Danza macabra, Gli adoratori della morte e Alien terror, segna l'ultima apparizione sui set cinematografici di Boris Karloff, ormai malato e quasi costantemente sulla sedia a rotelle.
 

 
Witchfinder general (Michael Reeves, 1968)
Anno 1645, infuria la guerra civile che oppone i realisti di Carlo I ai puritani di Oliver Cromwell. Matthew Hopkins, inquisitore, conduce una serrata caccia alle streghe abusando del suo potere per dar sfogo ai più bassi istinti, cupidigia, sadismo, lussuria. Sotto l'apparenza di horror truce e violento (piuttosto audace per l'epoca) si nasconde un'opera di straordinaria forza, cupo e pessimista apologo di condanna contro ogni potere costituito, intrinsecamente perverso e perciò sorgente di violenza e sopraffazione. Michael Reeves, qui alla sua ultima regia prima del suicidio, ha la capacità di aprire scorci terrificanti sulla storia e l'immaginario inglesi e con la sua acuta sensibilità paesaggistica, riporta l'horror a radici ancestrali, connaturate alle stesse caratteristiche fisiche e psichiche del paese, a Stonehenge, ai celti, alle zone oscure dei cicli cavallereschi (E. Martini). Il film si avvale della carismatica presenza di Vincent Price, nonostante i rapporti con il regista fossero tutt'altro che idilliaci. Si dice infatti che Reeves, temendo un'interpretazione eccessivamente sopra le righe, volesse a tutti i costi Donald Pleasance nel ruolo dell'inquisitore. La produzione invece gli impose Vincent Price considerandolo di maggior appeal grazie alle precedenti produzioni targate Corman. Per giustificare il richiamo al nome dello scrittore americano, durante i titoli di testa, Vincent Price declama The conqueror worm di Poe.
 

 
The oblong box (Gordon Hessler, 1968)
Un aristocratico inglese ha un fratello maniaco omicida ed orribilmente sfigurato che tiene rinchiuso in una torre. Il folle riesce a scappare dalla sua prigione e va in città dove si macchia di orrendi delitti. Il film fu cominciato da Michael Reeves che però morì suicida durante le riprese. La regia fu affidata quindi a Gordon Hessler. Il titolo è quello del racconto di Edgar Allan Poe The oblong box ma trama e riferimenti sono, seppure vagamente, da rintracciare nel racconto The premature burial. Scelte puramente commerciali operate nel tentativo di inserirsi nel fortunato ciclo di film prodotti e diretti da Roger Corman negli anni precedenti. La presenza di un cast stellare, Vincent Price opposto a Christopher Lee, è certamente un valore aggiunto per un onesto prodotto di genere diretto con solido mestiere. In italia è uscito con il titolo La rossa maschera del terrore.

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lunedì, gennaio 18th, 2010 | Author:
Guida al cinema di Edgar Allan Poe - Nona puntata
Gli anni ’60 segnano un vero e proprio boom delle trasposizioni di opere di Poe.  Il merito è da attribuirsi certamente a Roger Corman che produce, nel giro di soli quattro anni, otto delle migliori pellicole ispirate ai racconti dello scrittore americano. Sull’onda del rinnovato interesse per la sua opera, anche in altri paesi (e non manca l’Italia) si registra un revival di Poe al cinema. Sono così numerosi i titoli in questione, che per esaminarli occorreranno ben tre puntate. Buona lettura!


 
The Tell-Tale Heart (Ernest Morris, 1960)
Edgar Alla Poe, sogna di essere un bibliotecario zoppo di nome Edgar Marsh, schivo, complessato e guardone, dedito alle droghe ed all’alcool. Innamoratosi della giovane commessa Betty Claire, riesce ad organizzare un incontro con l’aiuto del suo unico amico Carl Loomis. Ma la ragazza si innamora di quest’ultimo ed Edgar, follemente geloso, lo uccide. Verrà perseguitato dal martellante battito cardiaco dell’amico morto fino alla tragica – e nota – conclusione. Poe, svegliatosi bruscamente dal sonno inquieto, si affaccia alla finestra e vede una giovane donna – Betty Claire – dirigersi verso lui.
A parte l’originale artificio narrativo del sogno, qualche tocco efficacemente morboso ed una certa dose di violenza grafica insolita per l’epoca, il film si perde in banalità narrative e lungaggini che ne pregiudicano il ritmo.
 

 
Thriller – The premature burial (Douglas Heyes, 1961)
Episodio della mitica serie televisiva della NBC Thriller, tratto dal racconto omonimo, vede Karloff, oltre che nel ruolo abituale di presentore, in quello del dottor Thorne. Questi ha in cura Edward Stapleton, soggetto catalettico ossessionato dalla paura di essere sepolto vivo. La moglie, avida ed interessata solo alla sua eredità, vorrebbe approfittare della situazione. Karloff è il vero punto di forza del film ed offre un’interpretazione di assoluta efficacia. Non è da meno Sidney Blackmer (Stapleton) che vedremo qualche anno dopo nei panni del satanista Roman Castevet  in Rosemary’s Baby. L’intera serie TV è comunque una pietra miliare dell’horror ed è stata, giustamente, definita da Stephen King "the best horror series ever put on TV".
 

 
Danza macabra (Antonio Margheriti, 1964)
Alan Foster, giornalista, si trova in una taverna per intervistare Edgar Allan Poe in visita a Londra. Discutendo con lo scrittore riguardo le realtà ultraterrene e manifestandosi scettico e materialista, viene sfidato da Lord Blackwood a trascorrere una notte nel suo castello, notoriamente infestato da spiriti senza pace.
Foster accetta ma arrivato al castello lo trova stranamente affollato: Elisabeth (Barbara Steele) sorella di Lord Blackwood, il dottor Camus ed altri. Nonostante la bizzarria della situazione, il giornalista si trattiene poichè invaghito della giovane donna. Presto scoprirà che gli abitanti del castello non sono altro che fantasmi. Il ricorso alla figura di Poe è chiaramente pretestuoso e mira più che altro a sfruttare la fortuna avuta dalle coeve pellicole cormaniane. Antonio Margheriti però sa il fatto suo, dirige con mano ferma e riesce a creare un’atmosfera sospesa ed inquietante, non mancando di insaporire la vicenda con particolari morbosi. Barbara Steele è indubbiamente la principale attrazione e giganteggia su un cast invero modesto. Benchè il film sia diventato un vero cult soprattutto in USA e Francia, Margheriti dichiarò: “Lo sento proprio datato checché ne diciate voi cinéphiles”. Qualche anno dopo, ne girerà un remake (Nella stretta morsa del ragno) operando un’ispirata scelta di casting: Klaus Kinski nel ruolo di Edgar Allan Poe.
 

 
Horror (Alberto De Martino, 1963)
Vagamente ispirato a The fall of the house of Usher, è il primo horror di Alberto De Martino. Siamo in Francia nel 1884. Emily (Ombretta Colli) torna a casa dopo anni di collegio, accompagnata da due amici, fratello e sorella. Vi trova il fratello Roderick, ma tutto è cambiato: il medico di famiglia, il padre è passato a miglior vita ed a capo della nuova servitù vi è l’ambigua Eleonor (una sensuale Helga Linè). Presto Emily scopre che nella torre del maniero vive segregato un uomo orrendamente sfigurato: Roderick confessa che si tratta del padre, rimasto vittima di un grave incendio ed ora pazzo e deforme. Quando il folle riesce ad evadere, comincia una teoria di orrendi delitti. De Martino fa ricorso a tutto l’armamentario del genere gotico ma senza fantasia: il film, oltre che schematico e stereotipato, risulta macchinoso e goffo.
 

 
5 tombe per un medium (Massimo Pupillo, 1965)
Il film fu pubblicizzato come "ispirato all’opera Edgar Allan Poe" apparentemente senza motivazioni plausibili. Il giovane notaio Kovaks (Walter Brandi) riceve dal dottor Jeronimus Hauff una lettera che lo invita nella sua villa per la stesura del testamento. Arrivato a destinazione il notaio scopre con stupore che l’uomo è morto da più di un anno. La moglie Cleo (Barbara Steele) è convinta che si tratti di uno scherzo di cattivo gusto e, poichè infuria un temporale, invita Kovacs a fermarsi per la notte. La figlia Corinne è però convinta che l’accaduto abbia a che fare con i poteri sovrannaturali del padre, grande occultista. Presto i fatti le daranno ragione: Hauff è tornato dall’aldilà e per consumare la sua vendetta conduce al suo seguito zombi portatori di peste. Il film soffre di vistose cadute di tono e di una generale incoerenza nella scelta di mostrare o meno, probabilmente legata a questioni di budget. E’ però ricco di momenti godibili, carichi di geniale follia, ed offre dosi di splatter notevoli per l’epoca. Si aggiunga che Barbara Steele e Luciano Pigozzi truccato come Quasimodo valgono da soli il prezzo del biglietto.
 

 
War-Gods of the Deep (Jacques Tourneur, 1965)
Il sovrano di un regno sottomarino (Vincent Price) rimasto vedovo, si invaghisce di una donna della terra e, credendola reincarnazione della moglie defunta, la rapisce portandola con sè in una metropoli sotterranea. Una storia che ricorda molto Verne e prende a piene mani dal mito di Atlantide ma con spunti da La città del mare di Poe. Vincent Price mattatore incontrastato si cala da par suo nella parte dell’antieroe folle e solitario, signore di un regno inevitabilmente condannato alla distruzione. E’ l’ultimo film di Jacques Tourneur, interessante e godibile per l’atmosfera bizzarramente poetica.
 

 
The black cat (Harold Hoffman, 1966)
Lew è uno scrittore in crisi, alcolizzato ed ossessionato dalla figura autoritaria e violenta del padre ormai morto. Tanto ossessionato da convincersi che il gatto nero ricevuto in regalo dalla moglie per il primo anniversario di matrimonio, è la reincarnazione del padre tornato dall’aldilà per ucciderlo. In preda al delirio ucciderà la moglie ed il gatto. La bestia però continuerà a perseguitarlo e non gli darà pace fino al trafico epilogo. Bizzarro horror ambientato nella Dallas degli anni ’60, con curiosi intermezzi musicali di vero garage rock pre-Beatles: ospite l’allora famoso rocker Scott McKay. Nonostante l’ambientazione inusuale, il film si mantiene abbastanza fedele al racconto originale e non  risparmia sangue ed efferatezze nelle scene forti. E’ un titolo raro e trascurato che merita il recupero.

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giovedì, gennaio 14th, 2010 | Author:

(Timothy Bottoms e Ben Johnson in "The last picture show")
 
John Ritter provava la parte di Sonny e c’era suo padre, Tex Ritter, a fare Sam il Leone. Direi che Tex Ritter è stato davvero molto vicino ad avere la parte. Ma io volevo Ben Johnson e non avrei preso nessun altro.
Dissi a Ben: "Voglio che la faccia tu quella parte".
Ma lui rispose: "Troppe parole, Pete".
Allora chiesi: "Ma cosa intendi?".
E lui: "Troppe parole. Non voglio dire tutte quelle parole".
Telefonai a John Ford. Ben aveva lavorato con lui, anzi era stato scoperto da lui.
Ford mi disse: "Oh Gesù! Lo chiamo io!". Dieci minuti dopo avevo Ben al telefono: "Mi hai mandato il vecchio, eh?".
Risposi: "Beh, io volevo…". Mi interruppe: "Accidenti, Pete. Torno in città tra tre giorni. Ci vediamo".  Non aveva ancora detto di sì.
Poi venne nel mio ufficio, con il copione in mano, si sedette e disse:
"Non voglio dire queste tutte queste parole". Accampava scuse di ogni genere per non fare la parte.
Alla fine gli dissi: "Ma non capisci: tu, in questo ruolo, vincerai l’Oscar".
Lui si arrabbiò: "Perchè diavolo mi dici questo?".
Ed io: "Non lo so, ma certamente avrai almeno la nomination. Te lo dico io: tu e questa parte fate scintille".
Finalmente – non lo scorderò mai – chiuse violentemente il copione e disse: "Va bene! Farò questa maledetta cosa".
Fu così che andò. E l’ha vinto, l’Oscar. Non è incredibile?  (Peter Bogdanovich)
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domenica, gennaio 03rd, 2010 | Author:
Guida al cinema di Edgar Allan Poe - Ottava puntata
Puntata un po’ sotto tono questa dedicata agli anni 50, e non certamente per colpa delle abbondanti libagioni festive. Nel decennio in esame infatti l’opera di Poe sembra aver perso il consueto appeal nei confronti dell’industria cinematografica e c’è ben poco da vedere a parte un piccolo gioiello dell’animazione made in USA. Ma non temete, avremo di che rifarci nella prossima puntata.

The Tell-Tale Heart (Ted Parmelee, 1953)
Cortometraggio di animazione basato sull’omonimo racconto. Si avvale della voce narrante di James Mason e della mano del grande Paul Julian, uno dei più importanti disegnatori di fondali della Warner Bros. Fu uno dei primissimi cartoon ad essere classificato X-Rated dalla BBFC (British Board of Film Classification) e ricevette nel 1954 una nomination per l’Oscar. Il raffinato disegno, montaggio, musiche e recitazione, ne fanno un piccolo gioiello dell’animazione ed un perfetto omaggio ad atmosfere e tematiche di Poe.

Bérénice (Eric Rohmer, 1954)
Tra i primi cortometraggi di Eric Rohmer, segna l’esordio dello stesso come attore e si avvale della fotografia di Jacques Rivette. Rohmer recita la parte di un personaggio visionario attratto da una giovane cugina, incarnazione della bellezza femminile.
 

Phantom of the Rue Morgue (Roy Del Ruth, 1954)
Diretto dal veterano Roy Del Ruth, è uno strano ibrido tra il racconto omonimo e le vicende del dottor Jeckyll. Girato in 3D avrebbe dovuto avvalersi del talento istrionico di Vincent Price. Questi fu però sostituito all’ultimo momento da un Karl Madsen spaesato e senza la necessaria verve ironica. Il film risulta mediocre e senza alcun guizzo.
 

 
Manfish (W. Lee Wilder, 1956)
Questa produzione a bassissimo budget, combina arditamente elementi tratti da The gold bug e The tell-tale heart per imbastire una vicenda avventurosa: tre avventurieri in cerca di un tesoro, le inevitabili tensioni, la cupidigia umana, l’omicidio. Nel tentativo di fare cassa al botteghino, il film fu condito con intermezzi di musica caraibica – molto in voga ai tempi – che lo avvicinano pericolosamente al musical: fu editato infatti anche con il titolo di Calypso. In Italia fu distribuito come Il tesoro dei corsari. Unico motivo di interesse è – forse – Lon Chaney Jr. nei panni del buono che risulta alla fine vincente.

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