Guida al cinema di Edgar Allan Poe - Dodicesima puntata
Bentornati al consueto appuntamento con il cinema di Edgar Allan Poe. In questa puntata si parla degli anni '70, decennio moderatamente ricco di trasposizioni cinematografiche e per la televisione, in particolare di produzione italiana. Buona lettura.
Nella stretta morsa del ragno (Antonio Margheriti, 1971)
E' il remake di Danza macabra che Margheriti considerava ormai datato ma meritevole di una riattualizzazione . La vicenda narrata è grosso modo identica: il giornalista americano Alan Foster (Anthony Franciosa) incontra un improbabile Poe londinese (Klaus Kinski) e viene coinvolto in una curiosa scommessa a base di fantasmi e morti violente. Il film vince la sfida e si attesta sugli stessi livelli dell'originale, seppur con qualche caduta di ritmo, avvalendosi anche di buoni interpreti. Ottime le musiche di Riz Ortolani. Peccato che la bella Mercier sfiguri nel confronto con Barbara Steele ma, in compenso, un Klaus Kinski spiritato ed ispirato (che apre il film recitando Berenice di Poe) vale tutto il prezzo del biglietto.
Murders in the Rue Morgue (Gordon Hessler, 1971)
Un attore del Grand Guignol (Herbert Lom), sfigurato accidentalmente con il vetriolo durante una recita, inscena il suo suicidio per riuscire poi a vendicarsi di chi ha organizzato l'incidente. Se il richiamo ai racconti di Poe è davvero molto marginale, sembra invece chiara l'intenzione di rifare Il fantasma dell'Opera in salsa granduignolesca, chiamando come protagonista Lom che aveva già intepretato la parte nel film di Terence Fisher (1962) e facendogli indossare una maschera identica a quella ormai mitica di Claude Rains. Il film non brilla certo per ritmo ed efficacia degli effetti, ma mescola curiosamente horror e ricostruzione pseudostorica (Adolfo Celi interpreta Vidocq) e regala qualche scena interessante dal vago sapore surrealista. Non merita dunque l'oblio, ma merita tutta la nostra riprovazione l'ideatore del titolo italiano, I terrificanti delitti degli assassini della via Morgue: contorto e cacofonico.
An evening of Edgar Allan Poe (Kenneth Johnson, 1972)
Prodotto per la televisione dalla AIP, è un one-man-show di Vincent Price. Da solo, in un' essenziale ma efficace scenografia teatrale, legge ed interpreta quattro racconti di Poe: The tell-tale heart, Pit and the pendulum, The sphinx e The cask of Amontillado. Un Price incontenibile e mesmerizzante, da guardare ed ascoltare rigorosamente in lingua originale.
Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave (Sergio Martino, 1972)
Chiaramente ispirato a The black cat, il film di Martino modernizza la vicenda tentando, con qualche risultato apprezzabile, di fondere le suggestioni malate di Poe con gli ingredienti tipici del thriller italico: morbosità ed eros. Un po' goffo e macchinoso nei suoi sviluppi, non lesina buoni momenti ed interessanti soluzioni visuali. Ma l'attrazione principale della pellicola resta un'ubertosa Edwige Fenech al massimo del suo splendore, qui impegnata anche in un duetto saffico con Anita Strindberg. Fa anche capolino una giovanissima Enrica Bonaccorti, acconciata con una vistosa parrucca bionda e il trucco da battona. La scena in cui lo scrittore alcolizzato (Luigi Pistilli) batte a macchina la stessa frase ossessivamente è stata copiata pari pari da Kubrick. Ovviamente si scherza…
One minute before death (Rogelio A. González, 1972)
Produzione messicana low budget, prodotta in origine per la televisione, è un'accurata ma mediocre trasposizione del racconto The oval portrait ambientata durante la guerra civile. E' la vicenda di una giovane posseduta dallo spirito vendicativo di una donna la cui anima è rimasta intrappolata nel ritratto dipinto dal suo marito folle. L'ambientazione suggestiva è vanificata dalla totale assenza di ritmo e dall'inconsistenza dei dialoghi.
The sabbat of the black cat (Ralph Lawrence Marsden, 1973)
Il film narra le tormentate vicende di un uomo che, casuale testimone di un orrendo rituale stregonesco, da quel momento viene perseguitato da un demoniaco gatto nero. Uno dei rari horror australiani del periodo è prodotto, scritto, montato e diretto da Ralph Lawrence Marsden, che è anche direttore della fotografia ed interprete. Pare che occasionalmente vendesse anche i pop corn durante le proiezioni.
La mansión de la locura (Juan López Moctezuma, 1973)
Basato sul racconto The system of Doctor Tarr and Professor Fether, è l'opera d'esordio di Juan Lòpez Moctezuma. Cresciuto e formatosi all'ombra di Alejandro Jodorowsky e Fernando Arrabal, ha prodotto film come Fando y Lis ed El topo. E si vede. Moctezuma riesce ad evitare i luoghi comuni e le trappole del genere ed esibisce un approccio visuale peculiare ed affascinante: qua e là ci regala immagini di rara e bizzarra bellezza che ripagano di una generale mancanza di ritmo in particolare sul finale. Noto con i titoli internazionali The mansion of madness e Dr. Tarr's torture dungeon. Da recuperare.
La noche de los asesinos (Jesus Franco, 1976)
Il defunto lord Marian, misteriosamente assassinato, ha nominato erede universale la figlia Rita (Lina Romay). Il testamento scatena l'invidia dei parenti che però muoiono uno dopo l'altro. Jesus Franco, che nel film interpreta l'aiutante dell'ispettore di polizia, sceneggia di suo pugno il film ispirandosi ad un romanzo di Wallace. La cosa assurda è che nei titoli di testa il film si dice tratto da Il gatto ed il canarino attribuendolo incredibilmente ad Edgar Allan Poe. Che pasticcio! Come il film, del resto. Le musiche sono prese in prestito da Contronatura di Antonio Margheriti. In Italia è noto con il titolo Sospiri.
I racconti fantastici di Edgar Allan Poe (Daniele D'Anza, 1979)
Produzione televisiva targata RAI (ah, i bei tempi degli sceneggiati…) scritta e diretta da Biagio Proietti e Daniele D'anza, e sostenuta da un cast di tutto rispetto. L'approccio scelto per avvicinarsi a Poe evita confronti imbarazzanti e sceglie la rivisitazione allusiva, l'intreccio e la sovrapposizione tra opere diverse, la contaminazione con altri testi sia filmici che letterari. Ne viene fuori un'operazione colta, complessa e raffinata. La casa Usher è il catalizzatore, il centro del maelström, attorno al quale ruotano i protagonisti delle vicende narrate e Roderick Usher (Philippe Leroy) il loro tetro Virgilio. Nei quattro episodi vediamo intrecciarsi echi e rimandi a The tell-tale heart e The oval portrait, a The tomb of Ligeia ma anche a Viale del tramonto e all'hitchcockiano Rebecca, insieme a velate suggestioni buñueliane. E nell'episodio conclusivo, in un convulso – in verità un po' troppo verboso – sovrapporsi di pagine di Poe, le atmosfere da horror gotico mutano sorprendentemente virando verso quelle più rarefatte e surreali dell'incubo metafisico.
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